Avis Rovigo, dal 1953 solidarietà e impegno: sempre, ovunque, subito

Donatori Avis e chi riceve il sangue camminano insieme da più di 60 anni a Rovigo, con la gratitudine che non ha volto e la consapevolezza che ogni giorno di vita è un regalo per gli altri e per sé.

L'Avis comunale di Rovigo ha 63 anni e associa 1.605 donatori effettivi al 31 dicembre scorso, che hanno permesso la raccolta di 3.184 donazioni nel 2015.

Tutto è iniziato il 4 luglio 1953. È la data sull'atto costitutivo dell'associazione: a sottoscriverlo con l'avvocato Beltrame di Monselice, incaricato dall'Avis nazionale, furono 29 fondatori: P. Baratella, Pino Barion, don Ostilio Bego, Antonio Bolognesi, Italo Boscolo, Saverio D'Amico, Maurizio Fabbri, Pietro Fogagnollo, Paolo Furlanetto, Egidio Gabrielli, Antonio Mercusa, don Gervasio Passadore, Primo Pastorelli, Francesco Pavarin, Antonio Raimondi, Emanuele Raimondi, Giovanni Raisa, Aldo Romagnoli, Dante Schiavo, Giancarlo Stevanin, Antonio Sturaro, Tiziano Tentarelli, Arrigo Vernizzi, Nestore Veronese, Romano Volpato, Pompeo Bacchetti, Giovanni Silvestri, Giovanni Soattin, Lia Soattin. Erano con loro anche il professor Antonio Borghero, direttore dell'ospedale civile di Rovigo e presidente del Comitato provinciale, e l'avvocato Angelo Schiesari in rappresentanza dell'Avis.

Tutto era già cominciato, però, qualche mese prima a Rovigo.

Un gruppo di amici aveva organizzato diversi incontri nei locali della parrocchia di San Francesco: volevano dare aiuto al prossimo donando il sangue. L'idea di costituire un'associazione aveva riunito Aldo Romagnoli, l'avvocato Italo Boscolo, il dottor Paolo Furlanetto, l'ingegner Mercusa, la signora Silvana Rossi, il professor Borghero e il dottor Riccardo Morsica, che poi sarebbe stato presidente dell'associazione fino al 1960. La prima sede dell'Avis di Rovigo fu una stanza di Palazzo Roncale, concessa in affitto dalla Cassa di Risparmio, al canone di 1 lira l'anno.
Nel 1953, primo anno di attività dell'Avis rodigina, i donatori erano 40 e le donazioni furono 13. I fondatori non restavano fermi nel capoluogo e per far avvicinare all'associazione nuovi donatori si adoperavano spostandosi tra Adria, Badia Polesine, Castelmassa e Ariano.

Così l'Avis, mese dopo mese, si diffuse in tutto il Polesine: contava 130 iscritti nel 1955, quando fu possibile, con un contributo dell'allora Ministero della Sanità, aprire un centro trasfusionale.

Tutto quello che occorreva trovò posto in una stanza del reparto di Chirurgia dell'ospedale civile, allora in via Badaloni: per aprire il centro di raccolta furono acquistati una centrifuga da provette, un lettino per i prelievi, un'emoteca, un frigorifero con i flaconi di antisieri per determinare il gruppo sanguigno e l'Rh, un tavolo e alcune sedie. Il centro trasfusionale fu spostato poi nel laboratorio di analisi, e infine nel reparto di Medicina, grazie al professor Cavazzuti, che rinunciò al proprio studio. Il centro trasfusionale era aperto giorno e notte, con turni continuativi di 36 ore del personale infermieristico.
Nel 1957 le donazioni (479) erano più che raddoppiate rispetto a quelle raccolte nel primo anno di apertura del centro (203).

Nel 1958 arrivò l'autoemoteca: realizzando un'idea del dottor Morsica, raccoglieva le donazioni di paese in paese. L'acquisto di un mezzo mobile per la raccolta del sangue fu reso possibile da sottoscrizioni e contributi, offerti dalle banche e dal prefetto Ferruccio Scolaro. Le uscite dell'autoemoteca sulle strade polesane diventarono sempre più frequenti: in particolare dal 1962, quando a dirigere il centro trasfusionale fu chiamato il dottor Ettore Cichella.
Sull'autoemoteca viaggiavano il primario e un'equipe di infermieri: alla guida facevano i turni Aldo Romagnoli, Settimo Esofago e Gino Bolognesi. La raccolta “mobile” funzionava così. I donatori e il presidente di ogni gruppo locale erano avvisati per lettera dell'arrivo dell'autoemoteca: i prelievi si facevano ogni sabato pomeriggio e la domenica mattina, i primi anni nelle piazze dei paesi, poi negli ambulatori medici. A volte, l'autoemoteca arrivava direttamente a casa dei donatori: succedeva, per esempio, con la famiglia Masiero a Gavello, che contava sei donatori (il padre e cinque figli). Dopo la donazione – proprio come accade oggi – erano offerti panini, acqua e bibite.

Per avvisare i donatori si usava il telefono sono nelle emergenze: molte chiamate arrivavano di notte e i volontari dell'Avis accompagnavano il donatore all'ospedale, o in ambulatorio. Una notte capitò all'ospedale civile anche il caso di un pescatore che aveva urgente bisogno di trasfusioni: arrivò dal Basso Polesine e non era solo. Per aiutarlo, il parroco aveva organizzato un pullman tra i compaesani: quella notte furono raccolte 60 donazioni.

I donatori rispondevano sempre e subito agli appelli dell'allora primario di Chirurgia, il professor Agostino Ferro: riuscivano così a salvare molte vite. Erano ancora gli anni delle trasfusioni dirette, fatte con raccordi a cannula e facendo stendere il ricevente in posizione più bassa del donatore.

Nel 1962, il numero dei donatori superò quota 500 e le donazioni la soglia di 2000 (2082).

Con l'arrivo dei volontari Avis nelle scuole iniziò anche la prevenzione del morbo di Cooley: a svolgere i primi screening per la microcitemia fu la professoressa Marta Radici. Poi, oltre alla raccolta del sangue l'Avis organizzava feste da ballo e concerti a Rovigo, nei paesi e nei comuni vicini, e partecipava alle manifestazioni delle altre associazioni: erano occasioni per i volontari di promuovere l'importanza di donare il sangue e raccogliere le adesioni degli aspiranti donatori.

Gli anni '60 furono importantissimi

per le fondamentali scoperte nella immunoematologia, e per la messa a punto di un nuovo protocollo per il trattamento trasfusionale della talassemia, che era molto diffusa in Polesine. Per raggiungere obiettivi di eccellenza, nel 1967 la gestione del centro trasfusionale diventò una competenza del presidente dell'ospedale civile. Fino ad allora era stata l'Avis a gestire direttamente il centro donatori: si decise di prendere, come sempre, la decisione migliore, e i volontari del sangue continuarono, anche se in modo diverso, a «essere pronti, sempre pronti, se c'è bisogno.» Sempre, ovunque, subito.

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